balzac e la piccola sarta cinese
cecit
il dolore perfetto
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(Un vizio di scrittura, Macerata, Stamperia dell'Arancio, 1998
Ho conosciuto Filippo Davoli in circostanze curiose, circostanze che rendono ancor più significativa, attualmente, la convinzione che la parola, quando si incarna in quello che non ho alcuna ritrosia a definire evento (miracolo, direbbe Montale), sa essere più comunicativa e densa di qualunque e-mail, chat, sms e via baloccandoci con gli attuali veicoli che attraversano l'etere.
Perché ci siamo conosciuti proprio in una di quelle piazze virtuali, evito di dire postmoderne, che l'architettura del web apre a decine. Ed è curioso come, nel totale anonimato di un nickname, cioè di uno pseudonimo senza ulteriori specificazioni se non quella del nome proprio accanto alla città di provenienza, ci siamo subito riconosciuti come anime affini. Le mani sulla tastiera, senza un volto, si sono scambiate alcune battute e rese conto che avevano qualcosa in comune: l'amore per la poesia, per i libri, per la musica.
Mi piace la suggestione di questo incontro, e mi scuso se ne inseguo per un istante il significato. Un incontro che testimonia, a dispetto di quanti sostengono che il futuro del libro sta nello schermo freddo di un personal computer o di una scatola elettronica, che è vero proprio l'opposto e che l'arte riesce a penetrare dappertutto e smuovere le cose come un maestrale violento per poi ricomporle fuori da un monitor e consentire l'incontro tra due persone (non più nomi di uno spazio inesistente) nei luoghi più consoni per chi ama i libri.
Come in una trattoria di Cagliari o di Macerata, attorno a un tavolo a parlare, in una classica locanda dei "destini incrociati", per usare le immagini dei miei Miguel de Cervantes e Italo Calvino.
Una locanda fumosa ed umanissima.
Così, anticipo fin d'ora che, in queste poche righe, non renderò del tutto merito alla raffinatezza e densità della poesia di Filippo Davoli con una lettura filologicamente accurata. Ritengo che il fascino dei libri belli consista nel fatto che essi riescono ad adattarsi agli stati dell'animo, perché, come dice Filippo spesso, sono proprio i libri che ci cercano e non noi che cerchiamo loro. Perciò, preferisco seguire la suggestione della mia lettura, di un percorso personale tra alcune poesie che mi sembra corrano lungo un filone che le accomuna (del resto, esistono molti modi per entrare fra le pieghe di un testo e, forse, a maggior ragione di una raccolta di poesie, che per quanto concepita e scandita dall'autore, a differenza del romanzo, ha la prerogativa d'essere come una stanza dalle mille porte attraverso cui scegliere di entrare).
Dopo avere letto Una bellissima storia ed esserne rimasto piacevolmente impressionato, ho voluto incontrare l'autore. Una volta è naufragato lui, dal mare d'acque, a Cagliari. Una seconda volta sono andato io a Macerata: entrambi abbiamo così gustato i sapori e aspirato i profumi dei nostri luoghi, sicché le pagine si sono animate di preziosi dettagli d'esistenza.
Da Macerata a Recanati, dove Filippo mi ha accompagnato con la piacevolezza affabulatoria di cui è dotato, il cammino è breve su per le strade che circondano i colli dolci e ondosi, come Filippo ama dire, del maceratese. Due mari, allora, uno d’acque e l'altro d'erbe, il mio e il suo, che ci accomunano nel movimento corposo e morbido delle parole. Con Filippo, sul Colle dell'Infinito, ho compreso - direi meglio, preso, afferrato e portato via con me - quel viatico straordinario che è l'ultimo verso dell'Infinito.
E il naufragar m'è dolce in questo mare: le parole covano nella sensibilità, filtrano dalla ragione ma radicano profondamente nel loro lento sedimentare sui luoghi del nostro vivere. Non avevo mai pensato a quanta vita dei colli recanatesi, che Leopardi aveva dinanzi agli occhi, palpitasse in quel verso.
La poesia di Filippo è così: è vita, prima di tutto. E poi è parola, una parola che si incarna - profeticamente - per ritornare alle cose, agli uomini, al dialogo fitto ed agli incontri. "La vita è l'arte dell'incontro", ama dire Filippo citando Vinicius de Moraes. Aggiungerei io, parafrasando, che per Filippo anche la poesia, in quanto strumento, in quanto accidente che al poeta è toccato in sorte d'avere, è arte dell'incontro. Banale sillogismo ci porta ad inferire che senza la vita, senza il movimento talvolta amaro delle cose, la poesia è parola vuota, fine a sé stessa, che non si incarna.
Incontrare gli altri, comunicare, è spesso faticoso. Implica uno spostamento non solo fisico ma anche - soprattutto - interiore. E l'immagine del cammino, della ricerca che conduce all'incontro che poi va coltivato col dono sacro della parola è carissima a Filippo.
Anzi, direi che sostanzia la ragione stessa del suo ultimo libro, Una bellissima storia, dove già per sé la storia è un percorso lungo le proprie strade e per i propri luoghi. Luoghi che non sono mai concepiti come vuoti, solitari; sono intensamente abitati da mille destini che Filippo incrocia: dediche, citazioni, riferimenti alla quotidianità di una comunità rendono i suoi versi una bellissima città a misura d'uomo.
Vorrei qui fare un breve cenno, per spiegarmi e restituire l'immagine che ho avuto nel vedere i collages di Filippo, proprio alle sue composizioni figurative, dove si insiste su qualche immagine reale o appartenente alla nostra tradizione pittorica usandola come sfondo, per "incollarvi" o riprodurvi con la tecnica del fotomontaggio profili a lui noti, sagome e ritratti di persone che hanno avuto un tratto significativo nella sua vita e che rappresentano la ricerca delle sue radici. Le piazze, i locali, le stanze vuote si animano della sua gente. Della sua comunità
.
La medesima impressione possono darci i suoi versi con una magica suggestione evocativa e pittorica. Il suo camminare diviene tuttavia il nostro camminare, ché diversamente la poesia non si incarnerebbe. Un cammino attraverso il tempo e lo spazio, una storia di incontri, perdite, nostalgie, miracoli imprevisti e gesti minimi che poi divengono emblematici. Così, anche il tema dell'incontro può avere il duplice valore della magia e dell'incanto da una parte, della sofferenza e del distacco dall'altra. Gli incontri sono imprevisti, ci capitano tra capo e collo, proprio come i libri.
Succedono, accadono senza che noi ne possiamo prevedere i tempi e la scansione. E tutto si basa su un sottilissimo e tenue filo di immagini, profumi, gesti evocativi. Un semplice tratto, una svista.
Tra simili ci si conosce al volo.
Si riconosce un tratto, una svista,
i sillogismi del cuore. Specialmente
se poi un'ansia di coprire fa scoprire
le carte, svelare i sogni, diciamo così
Ma è un gioco per pochi intimi e forse
una tacita complicità destinata
al suo privato oblio.
That's all.
(Una bellissima storia)
Tutta la densità del primo verso, vitalissimo e dal profumo intenso di una invocazione, si riverbera poi nella malinconia e quotidianità del finale.
That's all.
Questo è tutto: come per chiudere una questione e rimandare tutto al prossimo pensiero, alla prossima poesia.
Come uno scatto improvviso, uno struggimento che è già divenuto volontà di proseguire la bellissima storia verso un altro incontro.
That's all.
Il rapporto con il tempo è basato su un ambiguo atteggiamento di amore e odio. Filippo lo insegue dentro l'immobilità paradossale del suo trascorrere, fra le storie dell'esistenza e la storia personale dell'esistere: un tempo immobile, catturato nell'immagine del locale dove si gioca a biliardo e che immaginiamo avvolto nella semioscurità delle luci soffuse, tra i fumi e le persone che maneggiano la stecca da biliardo, magari un bicchiere poggiato sulla cornice del tavolo.
Se Ti incontrassi davvero
al Bar del tempo
forse pioverei nei tuoi occhi
ma mi risucchierebbe di là
la sala da biliardo
e la fumea che ne colora le ore.
Io giocare non so: preferisco guardare
l'attimo in cui la canna
schiocca sulla biglia color crema,
afflitto come sono dalla smania
di frenare gli istanti, di calarmi
dentro la vita (Tu che faresti?)
forse in quegli occhi Tuoi
potrei arrestare l'ansia di questa corsa
senza finale
con le tappe intermedie che si accavallano
se solo Tu abbandonando il bicchiere
apparissi per caso sull'uscio
a cercarmi di nuovo.
Ecco, allora direi
che forse non era grave scivolare
sul piano verde tra i birilli scomposti
se Tu venissi a chiedermi di andare
perché s'è fatto tardi.
La sala da biliardo, allora, diviene un bar assoluto del tempo, diventa un luogo altro e fuori dalla misura crono-logica, per seguitare a giocare coi paradossi di Davoli, un luogo nel quale si cerca con smania di frenare gli istanti (un altro paradosso: la frenesia della non frenesia); si spera, almeno si spera, di vedere comparire sull'uscio la figura di un altro incontro, in un'atmosfera cinematografica dall'intenso tratto figurativo: talché ci rimane impresso, assurdamente, il volto di un'assenza.
La figura che si spera di vedere ma non si vede: se tu venissi a chiedermi di andare / perché si è fatto tardi.
Affascinante questa capacità della parola di legarci all'assenza di un'immagine, più che all'immagine stessa (se tu venissi: ma non ci sei). In questo caso, cioè, l'andare via perché si è fatto tardi è proseguire lungo il filo di una bellissima storia con niente altro che la speranza di non essere più soli.
Proseguire il cammino con il desiderio di un incontro e con la speranza che l'incontro ci possa essere, al bar del tempo e in un'altra poesia. In questo caso, davvero esemplare della poesia - o, se è ancora concesso usare tale terminologia, della poetica - di Filippo, c'è il racconto della contraddizione fra il desiderio di vivere nel mondo e la difficoltà ad esserci, a sincronizzarsi con i suoi movimenti; l'evocazione di uno scotto da pagare alla lucidità con cui si osservano le cose ma che impedisce però di aderirvi completamente.
Il divario tra la contemplazione e la materialità del vivere, se si vuole: o ancora meglio, il contrasto tra chi il mondo lo vive da dentro, senza poterne valutare l'interezza, e chi invece è capace di uno sguardo sintetico, da un osservatorio privilegiato e complessivo, ma che il più delle volte, non potendo viverci dentro, subisce l'esistere come la condizione di un disadattato.
Ma al bar del tempo può ancora accadere l'evento dell'incontro; c'è lo scatto miracoloso di un accadimento che poi è sempre una ricerca e una speranza che tale accadimento si verifichi, più che la sua realtà e certezza.
Ed entriamo, per l'ingresso principale, dentro un altro tema di Filippo, quello di una profonda intensa religiosità che anima molte sue pagine, direi anzi tutte, anche quando non s'affaccia con evidenza. Una religiosità che da una parte gli fa sentire l'altissimo valore e la responsabilità impliciti nel fare poesia, dall'altra tributa al poeta la capacità profetica dell'intermediazione tra il qui ed ora e l'Altro come altrove da qui.
La ricerca tra gli uomini diventa anche una ricerca con gli uomini per una possibilità di riscatto più ampia. Con le parole che Filippo Davoli ama dire spessissimo: la poesia è un accessorio, è strumento. Non può esistere fuori dal mondo e dalla vita che lo anima.
Ecco allora il senso radicalmente profetico della parola evocativa che galleggia nel bar del tempo: dice Davoli di aver voluto esplicitamente dialogare con il libro omonimo Il bar del tempo di Davide Rondoni: "nel testo che dà il titolo al libro l'autore accompagna Gesù Cristo al bar. Qui ho sentito affiorare un'ipotesi di incontro ulteriore nello stesso bar" (vedi nelle note in calce al libro di Davoli).
Ebbene, sono sempre contrario alle note d'autore nei libri, perché mi danno l'impressione di una certa nostalgia che l'autore stesso ha per il proprio testo, quasi di volontà a non staccarsene del tutto nel consegnarlo ai lettori. Preferisco sempre l'ambiguità, preferisco che l'autore non dia segnali e che lasci scoccare dall'incrocio tra la sua anima e quella del lettore la scintilla dell'interpretazione.
Tuttavia, qui, la spiegazione di Filippo ha un senso imprevisto, perché crea, come in abisso, in una vertigine di senso, l'occasione per un molteplice incontro: tra Davide Rondoni e Cristo; tra Filippo e Davide Rondoni (o meglio, tra le poesie dell'uno e dellaltro); tra Filippo e Cristo (o il desiderio di Cristo); tra Filippo e noi e così via ricostruendo i circoli che, dal più stretto al più esterno e ampio, vanno allargandosi poco a poco come cerchi nell'acqua. E vanno restituendoci il senso della poesia che è incarnazione del verbo.
La poesia diviene allora parola che ha messo immediatamente in contatto l'uomo con l'uomo e l'uomo con sé stesso e con la propria ricerca del senso che ha il vivere (o il continuare a vivere: l'incontro con Cristo evoca forse il senso di una stanchezza per il tempo materiale?) e il medesimo fare poesia.
Parola chiama parola e libro chiama libro.
Per me, aver letto per prima la raccolta più recente di Davoli, significava giocoforza iniziare un cammino, una storia cui ora potevo anche dare una sagoma, il profilo dolce e marino dei colli maceratesi. E riconoscere, percorrendo a ritroso la storia poetica di Filippo per approdare al suo libro precedente, che per lui la parola è uno stato di necessità, è un vizio di scrittura.
Come un vortice dolce di vento che spariglia improvviso le carte sul tavolo da gioco; come un mulinello imprevisto che scompiglia le foglie sul terreno e sembra il passare di un'auto silenziosa lungo qualche stradina di campagna che si inerpica su per chi sa dove. Leggeri, i cambiamenti insistono sulle cose poco a poco: piccoli miracoli, sguardi, subitanei spostamenti dell'anima. In un istante, la presenza di intuizioni minuscole (di un click improbabile, dice in un verso della bellissima storia) e pacificatorie:
Spesso è come nell'aria
un nuovo darsi delle cose.
Sorge nei fiori
e prelude alla neve
e galleggiando in te d'intorno dice
che un altro tempo incombe
e si dischiude.
Intuizioni minuscole sottendono
alla gelida notte. Guardo
sovente la sua pace. Penso
in me un porto. Riposo.
Qui, il movimento della lettura e del pensiero diventa gradatamente verticale, come una musica che propone il tema, si allarga ed espande tutt'intorno per raccogliere le possibili pulsazioni del mondo e dopo costringe a cadere giù giù, fin dentro l'animo, porto di noi stessi.
E poi il riposo, il sospiro di pace, la sedazione, l'ultima nota appena prolungata di un canto largo.
Guardo, penso, riposo: il ritmo del respiro vitale.
In Parva cè la musica e l'evocazione figurativa, prima di tutto, che ci costringono a impadronirci di ognuna delle sue parole e seguirne l'incanto sino all'ultimo, fino a che esse riescono a diventare nostre, disponibili a farsi piegare (dote rara questa, in epoca di artifici di maniera in cui, alla pastosità e densità della parola duttile, si preferisce la freddezza e la rigidità del ragionamento.
Lo dico pensando a molti libri che ultimamente si pubblicano poesia e narrativa - incapaci spesso di avere il coraggio di volare alto, di uscire dal bozzettismo senza alcun respiro, ancorché non poetico, almeno narrativo: Filippo non teme il confronto con le parole e, in certo senso, le lascia libere di creare altro dall'immediata orizzontalità della lettera. Fa che la parola divenga immagine e che a questa si accompagni una musica: non un gioco a tesi e neppure una fredda architettura di segni matematici, ma un impegnativo compromesso con la vita, per il quale il testo, dopo, è anche di chi ha avuto sufficiente coraggio per entrarvi dentro. O, forse meglio, di chi ha avuto il coraggio di farsi abitare da esso).
Mamre, a mio parere, è uno dei momenti più intensi di Davoli, dove quasi si crea l'effetto eco di un ascoltare interiore:
Nel tempo
non del tempo
soltanto in transito
svanendo e rinascendo poco a poco
non del tempo
nel tempo
Si impasta come l'immagine di un dialogo con sé stessi, all'ombra della quercia di Abramo e sotto le ali degli angeli emissari:
stando come si sta
tra le foglie e la terra. Poi la notte
la lunga notte mai scesa, perenne
ci si riprende gli occhi
e così via.
Ma è per via
che troveremo il giorno, riposando
sopra la roccia
all'ombra delle querce.
Mistero, suggestione, musica, immagine e una perfetta densa sensazione di pace.
Nel frattempo, il lettore (che oramai è quasi costretto a pronunciare i versi di Davoli ad alta voce) aspetta il miracolo di un'altra poesia che violi il paradosso di questo silenzio eloquente.
Anche se gli costa fatica. Anche se è un gioco per pochi intimi e forse / una tacità complicità destinata / al suo privato oblio.
That's all.
(questo articolo è apparso nella rivista "Portales", 2, 2002)
e Una bellissima storia, Macerata, Stamperia dell'Arancio, 2000).
Autore Ugo Riccarelli
Titolo Il dolore perfetto
Edizione Mondadori
Pag. 22
Colle viveva in un grande fermento, la zona nuova gremita di formiche che tiravano su gli edifici, tracciavano strade e allungavano il percorso della ferrvia, mentre su, al borgo vecchio, i negozianti e gli artigiani preparavano quanto sarebbe stato necessario a vestire e a sfamare la gente che quel pezzo di futuro stava trascinado con se nella sua corsa al galoppo.
Dalla sua finestra sulla pianura, oppure seduto fuori di casa accanto alle mura, il Maestro restava molto tempo ad osservare quell'attività, cercando di capirne i segreti. i movimenti, le tensioni, gli sbocchi, le prospettive, formulando ipotesi che poi annotava sui quaderni e verificava sui libri.
Tutto quel fervre gli sembrava esprimere qualcosa di nuovo, uno spirito diverso che lui, cresciuto tra le campagne di Sapri, non aveva mai conosciuto se non per le descrizioni di Marx o Bakunin.
E porprio da loro sapeva che quella era solo un'infima parte del lavoro dell'uomo, di quell'immensa quantità di lavoro che altrove obbligava centinaia di persone nel chiuso di enormi fabbriche a tessere fibre o fondere acciaio.
A volte, quel pensiero gli provocava dei brividi bloccandogli il respiro: vedeva enormi cosruzioni brulicanti di uomini schiavi di un lavoro il cui frutto non era loro, nascosti dal buio, sepolti dai fumi, assordati dal rumore, immersi nella produzione di un comune destino di fatica che gli parve un dolore enorme e perfetto.
Pag. 36
Il matrimonio fu comunque consumato il mattino seguente, la testa sgombra dai festeggiamenti e dal vino.
All'inizio Ulisse cercò di essere cauto, premuroso, così come pensava si convenisse con una donna, la sua, che mai si era accostata ad un uomo.
Infatti la Rosa era impaurita, spaventata dalla sostanza di quell'approccio di cui tanto si parlava tra le donne, al fosso, senza in realtà darne conto con precisione. Aveva nozioni vaghe circa l'armeggiare cui si andava accingendo il marito, e i dubbi erano amplificati dalle parole generiche e fuorvianti della sorella, che con mezze frasi, rossa in volto, rispondendo il giorno prima delle nozze alle sue domande, le aveva detto cose contrastanti e senza senso.
Di tutto quel discorso la Rosa ebbe chiaro solo che l'uomo avrebbe avuto l'incombenza di rovistare attorno alle sue parti basse, con l'arnese che il Signre gli aveva fornito in mezzo alle gambe e del quale aveva un'idea un pò spaventosa, riferita ai muli o ai cavalli in monta.
E poi la preoccupavano i modi strani dell'Ulisse, che all'improvviso si era fatto tenero e gentile, quasi mellifluo, prodigandosi in rassicurazioni e carezze così insolite da farle venire in mente quelle che lei, bambina, aveva visto ammanire da suo padre al loro maiale prima di condurlo a scannare.
La stessa intonazine, le stesse belle parole, e le carezze sul groppone forse a dispiacersi dell'assassinio, ma anche a pregustare il piacere di carne e salsicce, prosciutti e altro da parte per un inverno duro.
Nella penombra della stanza illuminata solo dal lumino acceso al ritratto austero del suocero Laerte, che appoggiato sul comò sbirciava verso il letto aumentanto l'imbarazzo, la Rosa cercò in qualche parte di se stessa il senso del dovere che la convincesse a sposarsi al suo novello marito, e nello stesso tempo si ritrasse avendo davanti agli occhi la lama del macellai e le urla strazianti lanciate dopo le carezze; questo finchè la gentilezza dell'Ulisse scemò, e trascinato dalla natura che oramai inesorabile montava l'uomo si rovesciò addosso alla sua carne bofonchiando qualcosa di eretico circa le pie donne.
La Rosa sentì un bruciore forte dentro, una specie di strappo, chiuse ancor più forte gli occhi e quasi pianse, mentre il suo uomo si muoveva all'interno e fuori di lei.
Le sembrò vento, un temporale, un cavallo che andasse incontro al mare da sopra una scogliera.
Ebbe paura e si aggrappò più forte alle spalle dell'Ulisse che sbuffava, per un istante pensò ancora al maiale scannato e provò pena, una pena immensa, quasi un dolore che in quel momento lunghissimo le parve perfetto.
Pag. 67
Così crebbe l'Annina, quasi unico tramite tra il mondo del padre, l'Ulisse, fatto di maiali, di mercati, di osterie, di durezza e forti odori, e quello della Rosa, sua madre, e di su fratello Sole, tutto casalingo, pieno di sogni e di parole,
Quella minuta bambina poteva indifferentemente accompagnare una mandria di suini per i tratturi delle campagne cavalcando a pelo un cavallo come passare tranquille ore in riva al Padule divertendosi a seguire i percorsi misteriosi delle formiche o dei girini; essere capace di sostenere lunghe ore di cammino con ogni tempo e assistere a risse e feroci discussioni come trascorrere piacevoli pomeriggi insieme al fratello ad ascoltare la Rosa e la Mena raccontare le vite insignificanti e magnifiche della gente che da millenni abitava al Colle, prima ancora che quel psto vedesse arrivare la ferrovia
e le diavolerie che si stava trascinando dietro.
L'Annina pareva viaggiare leggera tra quei due mondi distinti, senza contrapporli, senza afferrare la frattura che si apriva dentro una tranquillità che lei sola viveva.
Fu soltanto molto più tardi, oramai ragazzina, un giorno di primavera che se ne stava in silenzio, distesa sul prato a guardare dentro il cielo.
La Rosa era assopita al suo fianco, avvolta in un largo vestito celeste, e Sole aveva appena finito di raccontare la storia di un medico vestito di una marsina azzurra che girava il mondo curando i balocchi.
Tutto, attorno, pareva essersi zittito, e l'Annina era intenta a respirare la preziosa sospensione in cui le parole e le immagini riempiono l'aria.
Colori, forme, musica del silenzio.
In quel preciso momento, dal fondo della collina dov'era la grande casa dei Bertorelli, un refolo di vento portò un rumore aspro, condito dall'afrore pungente dei suini. Un urlo, un imprecazione ed infine una bestemmia forte.
L'Annina volse lo sguardo verso
il basso e vide l'Ulisse e il vecchio Mero agitarsi in una discussione: questioni di soldi, pareva, una vendita errata, uno sgarbo ad un cliente...
L'Annina si voltò, vide la madre e il fratello assopiti.
Di sopra il silenzio, di sotto i maiali.
Pensieri, fantasie e cose sognate, ma anche realtà, il sangue, l'odore dell'uomo.
Parevano opposti, eppure, quel giorno, lei li sentì uguali.
Due facce del mondo, materia e astrazione.
Merda e ragione con cui siamo fatti.
Ma poi vide una lacrima scivolare dagli occhi della Rosa che pareva assopita, distesa sul prato tra le urla sconciate.
Volse ancora lo sguardo, l'Annina, e vide suo padre giù in basso, che si era fermato e adesso, alzata la testa, la puntava in sulenzio.
E fu in quell'istante, in quel preciso momento, che comprese l'abbisso totale non tra due mndi, ma tra le persone.
Le cose son cose, hanno una vita loro, hanno forme, pensieri, hanno età e persino uncolore.
Siamo noi a dividere, a costruire barriere, ad alzare, abbassare, a dire chi è buono e cosa invece è peggiore.
Annina capì la distanza tra la madre e l'Ulisse.
La sentì forte, batterle il petto. Una botta improvvisa, una crepa sul cuore.
La ferita bruciante di un dolore perfetto.
Pag. 101
Quando il Maestro arrivò, per le strade era già palpabile la tensione.
Gruppi di persone camminavano a passo spedito nella stessa direzione, alcuni parlando ad alta voce, altri con la faccia scura ed in silenzio.
Il Maestro attese per circa dieci minuti che Maniero arrivasse insieme agli altri, e nell'attesa si appoggiò al muro di una casa e si accese un sigaro.
Il fumo lo avvolse in un istante e all'improvviso la casa del Colle gli si materializzò davanti, e insieme alla casa il sorriso della vedova Bartoli, lo stesso in cui, martoriando il cappello, le aveva chiesto il permesso di amarla.
Sentì una stretta alla gola, e qualcosa raspare in mezzo al petto neanche fosse un animale affamato.
Si guardò attorno, vide quella gran moltitudine di gente offesa, decisa a far valere la prpria dignità, senza dover mendicare un pezzo di pane per far piacere ai bilanci dello Stato.
Attraverso il fumo del sigaro e i fantasmi del Colle vide le persone sulla barricata, allora respirò profondamente per mandare via quel peso, ma quando giunse alla fine del respiro, in quel momento minuscolo in cui tutto è sospeso, si rese conto di essere solo, e un dolore perfetto lo avvolse come un abbraccio.
Pag. 129
Nel mezzo della notte, dalla casa vicino le mura uscì la vedova Bartoli e suo figlio Cafiero era come un fagotto tra le sue braccia.
E così, per ogni angolo del Colle la donna continuò i suoi racconti, cullando con le parole Cafiero addormentato.
Sotto la luce della luna che filtrava dalle nubi, all'improvviso le case di pietra si illuminarono d'argento e si mostrarono alla vedova come l'epifania di una storia fatta di troppo amore, di troppi addi, troppe nascite e troppe lontanaze, una vita che in quel momento le parve un peso troppo grande da portare da sola.
Perchè così disegnate, chiare contro il buio della notte, perfette nella loro eleganza appoggiate sulla curva delle colline, le case le apparvero di una bellezza impossibile da sopportare.
Tra le braccia la vedova stringeva una vita nuova, che reclamava, ancora una volta, attenzione e dolcezza, premura, accortezza, pazienza, che ancora sarebbe stata gioia immensa e immenso dolore insieme, sonno e insonnia, tempo lento nell'attesa e ferocemente lesto negli attimi felici.
Tra le braccia stringeva tutto questo, dentro di sé un vuoto troppo grande e un intero paese.
D'istinto si avvio lungo la ferrovia, verso il punto dve molti anni prima, quando ancora la stazione non era stata costruita, si era fermato il treno che aveva portato al Colle il Maestro.
... fu allora che lo vide.
Stava camminando verso di lei, col suopasso lento, e fumava il sigaro.
Come spesso faceva quando passeggiava, il Maestro teneva la giacca sopra la spalla e le maniche bianche della camicia risplendevano al chiarore lunare. La vedova strinse più forte a se Cafiero.
Fu sufficiente l'andatura inconfondibile di quella sagoma ritagliata nella luce, e l'amore l'assalì così forte da sorprenderla come uno schiaffo, perciò rimase ferma, di fianco alle rotaie, stordita, ad ammirarlo mentre veniva verso di lei.
Arrivato a pchi metri l'uomo si fermò, si girò e fece cenno a qualcuno di farsi avanti.
Bartolo e MiKhail (i suoi figli) allora salirono lungo il terrapieno e arrivarono di fronte alla vedova. Avevano entrambi una ferita sul petto, all'altezza del cuore, e una macchia di sangue gli inzuppava la camicia.
L'emozione che aveva colto la donna si era dissolta, e ora una pena totale si era impadronita di lei, le scendeva dal capo fino allo stomaco, la paralizzava e si spandeva in un dolore così profondo e perfetto da abbagliarla.

Autore José Saramago
Titolo Cecità
Edizione Einaudi, Torino, 1998 [1996], Tascabili Letteratura 511 , Isbn 88-06-14866-4
Originale Ensaio sobre a Cegueira [1995]
Traduttore Rita Desti
Pag. 292
Quella sera ci furono di nuovo lettura e audizione, non avevano altra maniera di distrarsi, peccato che il medico non fosse, per esempio, un violinista dilettante, che dolci serenate si sarebbero allora potute sentire in questo quinto piano, i vicini invidiosi avrebbero detto, Quelli, o gli va bene la vita o sono degli incoscienti e credono di poter sfuggire alla sventura ridendosela della sventura degli altri. Adesso non c'è altra musica all'infuori di quella delle parole, e le parole, soprattutto quelle dei libri, sono discrete, anche se la curiosità spingesse qualcuno del palazzo a mettersi in ascolto dietro la porta, costui non sentirebbe altro che questo mormorio solitario, questo lungo filo di un suono che potrebbe prolungarsi all'infinito perché i libri del mondo, tutti insieme, sono come dicono sia l'universo, infiniti. Quando, a notte fonda, la lettura terminò, il vecchio dalla benda nera disse, A questo siamo ridotti, a sentir leggere, Io non mi lamento, potrei restare cosí per sempre, disse la ragazza dagli occhiali scuri, Neanch'io mi sto lamentando, dico solo che serviamo soltanto a questo, a sentir leggere la storia di un'umanità esistita prima di noi, approfittiamo della combinazione che ci siano ancora un paio d'occhi aperti, gli ultimi rimasti, se un giorno si dovessero spegnere, non voglio neanche pensarci, allora il filo che ci unisce a quell'umanità si spezzerebbe, sarebbe come se ci stessimo allontanando gli uni dagli altri nello spazio, per sempre, e ciechi loro tanto quanto noi, Finché potrò, disse la ragazza dagli occhiali scuri, manterrò la speranza, la speranza di ritrovare un giorno i miei genitori, la speranza che compaia la mamma di questo ragazzo, Ti sei dimenticata di parlare della speranza di tutti, Quale, Quella di recuperare la vista, Avere certe speranze è una follia, Allora ti dico che, se non fosse per quelle, avrei già rinunciato alla vita, Fammi un esempio, Vedere di nuovo, Questo lo conosciamo già, fammene un altro, No, Perché, Non ti interessa, E come sai che non mi interessa, cosa credi di conoscere di me per decidere, per tuo conto, ciò che mi interessa e ciò che non mi interessa, Non ti arrabbiare, non avevo intenzione di ferirti, Gli uomini sono tutti uguali, pensano che basti esser nati dalla pancia di una donna per sapere tutto delle donne, Io delle donne so ben poco, e di te niente, e quanto a essere un uomo, per me è acqua passata, ora sono un vecchio, e guercio, oltre che cieco, Non hai nient'altro da dire contro te stesso, Tante altre cose, non immagini neanche quanto la lista nera delle autorecriminazioni vada aumentando a mano a mano che gli anni passano, Io sono giovane, e già ne sono ben fornita, Ancora non hai fatto niente di veramente cattivo, Come puoi saperlo, se non hai mai vissuto con me, Sí, non ho mai vissuto con te, Perché hai ripetuto con quel tono le mie parole, Quale tono, Quello, Ho detto solo che non ho mai vissuto con te, Il tono, il tono, non fingere di non capire, Non insistere, ti prego, Invece sí, ho bisogno di sapere, Torniamo alle speranze, Va bene, L'altro esempio di speranza che ho rifiutato di fare era quello, Quello, quale, L'ultima autorecriminazione della mia lista, Spiegati, per favore, le sciarade non le capisco, Il mostruoso desiderio di non recuperare piú la vista, Perché, Per continuare a vivere cosí, Vuoi dire tutti insieme, oppure insieme a me, Non costringermi a rispondere, Se fossi soltanto un uomo potresti sottrarti alla risposta, come fanno tutti, ma tu stesso hai detto che sei un vecchio, e un vecchio, se l'aver vissuto tanto ha ancora un senso, non dovrebbe voltare la faccia davanti alla verità, rispondi, Insieme a te, E per quale motivo vuoi vivere con me, Ti aspetti che lo dica davanti a tutti, Gli uni davanti agli altri abbiamo fatto le cose piú sporche, piú brutte, piú ripugnanti, non sarà certo peggio quello che hai da dirmi, Giacché lo vuoi, e sia, perché all'uomo che sono ancora piace la donna che tu sei, E' stato poi cosí tanto penoso fare questa dichiarazione d'amore, Alla mia età, il ridicolo fa paura, Non sei stato ridicolo, Dimentichiamolo, ti prego, Non intendo dimenticare né lasciare che tu dimentichi, E una sciocchezza, mi hai costretto a parlare, e adesso, E adesso è il mio turno, Non dire nulla di cui potresti pentirti, ricordati della lista nera, Se in questo momento sono sincera, cosa importa se un domani dovrò pentirmene, Taci, Tu vuoi vivere con me e io voglio vivere con te, Sei pazza, Vivremo insieme qui, come una coppia, e insieme continueremo a vivere se dovremo separarci dai nostri amici, due ciechi dovranno pur vedere piú di uno, E' una follia, io non ti piaccio, Cosa significa piacere, a me non è mai piaciuto nessuno, con gli uomini ci sono solo andata a letto, Mi stai dando ragione, No, Hai parlato di sincerità, allora rispondimi, è proprio vero che ti piaccio, Mi piaci abbastanza da voler stare con te, ed è la prima volta che lo dico a qualcuno, Non lo diresti neanche a me se mi avessi incontrato prima, un uomo anziano, mezzo calvo, con i capelli bianchi, una benda su un occhio e una cataratta nell'altro, La donna che ero un tempo non lo direbbe, lo riconosco, lo ha detto la donna che sono oggi, Vedremo allora cosa avrà da dire la donna che sarai domani, Mettimi alla prova, Che idea, chi sono io per metterti alla prova, è la vita che decide di queste cose, Una l'ha già decisa.
Ebbero questa conversazione faccia a faccia, gli occhi ciechi dell'uno fissi negli occhi ciechi dell'altra, i visi infiammati e veementi, e quando, per averlo detto uno di loro e per averlo voluto entrambi, convennero che la vita aveva deciso che si mettessero a vivere insieme, la ragazza dagli occhiali scuri tese le mani, solo per offrirle, non per sapere dove andava, sfiorò le mani del vecchio dalla benda nera che la strinse dolcemente a sé, e rimasero seduti cosí, vicini, non era la prima volta, è chiaro, ma adesso erano state pronunciate le parole del contratto matrimoniale. Nessun altro fece commenti, nessuno si congratulò, né augurò loro eterna felicità, non è davvero tempo di festeggiamenti e illusioni, e quando si tratta di decisioni tanto serie come sembra sia stata questa, non ci sarebbe neppure da sorprendersi se qualcuno avesse pensato che bisogna proprio esser ciechi per comportarsi in questa maniera, il silenzio è sempre il miglior applauso.
Autore Dai Sijie
Titolo Balzac e la PiccolaSarta cinese
Edizione Adelphi, Milano, 2001
Originale Balzac et la Petite Tailleuse chinoise
Edizione Gallimard, Paris, 2000
Traduttore Ena Marchi
Lettore Renato di Stefano, 2001
Classe narrativa cinese, narrativa francese, libri
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Il capo del villaggio, un uomo sui cinquant'anni, era seduto a gambe incrociate al centro della stanza, accanto a un focolare scavato nel terreno in cui bruciava del carbone, e stava esaminando attentamente il mio violino: l'unico oggetto, nel bagaglio dei due «ragazzi di città», quali eravamo considerati Luo e io, da cui sembrava emanare un che di estraneo, un odore di civiltà che insospettiva la gente del posto.
Un contadino accostò all'oggetto una lampada a petrolio, allo scopo di facilitarne l'identificazione. Il capo sollevò il violino in verticale e ispezionò il buco nero della cassa, come un doganiere meticoloso alla ricerca di droga. Notai tre gocce di sangue nel suo occhio sinistro, una grande e due piccole, tutte dello stesso color rosso vivo.
Tenendo il violino all'altezza del viso, lo scosse violentemente, quasi si aspettasse che dal fondo oscuro della cassa armonica cadesse qualcosa. Avevo l'impressione che da un momento all'altro le corde si sarebbero spezzate e il manico sarebbe volato in mille pezzi.
Quasi tutto il villaggio era lì, ai piedi di quella casa su palafitte sperduta in cima alla montagna. Uomini, donne e bambini si affollavano all'interno, si aggrappavano alle finestre, si spintonavano davanti alla porta. Poiché dal violino non cadeva nulla, il capo avvicinò il naso al buco nero e lo annusò vigorosamente. I grossi peli neri, lunghi e sporchi, che fuoriuscivano dalla sua narice sinistra ebbero un fremito.
Ancora nessun indizio.
A quel punto fece scorrere le dita callose sopra una corda, poi sopra un'altra... Un suono sconosciuto pietrificò la folla, inducendola a una sorta di rispetto.
«È un giocattolo» sentenziò solennemente il capo.
Luo e io rimanemmo allibiti, e ci scambiammo furtivamente uno sguardo angosciato. Mi chiedevo come sarebbe finita.
Un contadino prese il «giocattolo» dalle mani del capo e sferrò un gran pugno sul dorso della cassa, dopodiché lo passò a un altro. Per un po' il violino circolò tra la folla. Nessuno si occupava di noi, i due ragazzi di città fragili, esili, stremati e ridicoli. Avendo camminato in mezzo alle montagne per tutta la giornata, avevamo i vestiti, la faccia e i capelli ricoperti di fango. Sembravamo due soldatini reazionari di un film di propaganda, catturati da un'orda di contadini comunisti dopo una sconfitta.
«Un giocattolo da stronzi» disse una donna dalla voce rauca.
«No,» rettificò il capo «un giocattolo borghese, venuto dalla città».
Nonostante il gran fuoco al centro della stanza mi sentii gelare.
«Bisogna bruciarlo! » aggiunse il capo.
L'ordine suscitò immediatamente tra la folla una vivace reazione. Tutti parlavano, gridavano, si spintonavano: ognuno cercava di impadronirsi del «giocattolo» per avere il privilegio di gettarlo nel fuoco con le proprie mani.
«Capo, è uno strumento musicale» disse Luo con aria disinvolta. «Il mio amico è bravo a suonare. Dico sul serio».
Il capo riprese in mano il violino e tornò a esaminarlo; poi me lo porse.
«Mi dispiace, capo,» intervenni io, a disagio «ma non è vero che sono così bravo».
Luo mi rivolse una rapida strizzatina d'occhio. Un po' sconcertato, presi il violino e cominciai ad accordarlo.
«Ascolterà una sonata di Mozart, capo» annunciò Luo con la stessa calma di prima.
Lo guardai esterrefatto, pensando che fosse impazzito: da anni tutte le opere di Mozart, come di qualunque altro musicista occidentale, erano proibite nel nostro paese. A mollo da ore nelle scarpe fradicie, i piedi mi erano diventati di ghiaccio. Tremavo dal freddo.
«Che roba è una sonata?» mi chiese il capo con aria diffidente.
«Non lo so» balbettai. «Una cosa occidentale».
«Una canzone?».
«Più o meno» risposi evasivo.
Di colpo riapparve nei suoi occhi lo sguardo vigile del buon comunista, e la sua voce si fece ostile:
«E come si chiama, 'sta canzone?».
«Somiglia a una canzone, ma è una sonata».
«Ti ho chiesto come si chiama!» gridò lui guardandomi fisso.
Di nuovo le tre gocce di sangue nel suo occhio sinistro mi fecero paura.
«Mozart...» farfugliai.
«Mozart che cosa?».
«Mozart pensa al presidente Mao» proseguì Luo al posto mio.
Che faccia tosta! Ma funzionò: come al suono di una parola magica, lo sguardo minaccioso del capo si raddolcì e i suoi occhi si raggrinzirono in un gran sorriso di beatitudine.
«Mozart pensa sempre a Mao» disse.
«Sì» confermò Luo. «Sempre».
A un tratto, quando impugnai l'archetto, esplosero intorno a me applausi calorosi, che mi fecero quasi paura. Le mie dita intorpidite cominciarono a percorrere le corde, e le frasi di Mozart mi tornarono alla mente come amici fedeli. I volti dei contadini, fino a un attimo prima così ostili, si ammorbidivano progressivamente sotto la limpida gioia di Mozart, come la terra inaridita sotto la pioggia; poi, a poco a poco, nella luce danzante della lampada a petrolio, persero i loro contorni.
Suonai a lungo. Luo, intanto, si accese una sigaretta e si mise a fumare, sicuro e tranquillo, come un adulto.
Questa fu la nostra prima giornata di rieducazione. Luo aveva diciott'anni, io diciassette.
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In fondo a una galleria lunga e stretta, nera come la pece, avanzava a fatica una fievole luce. Di tanto in tanto il minuscolo puntino luminoso vacillava, cadeva, si rimetteva in equilibrio e riprendeva ad avanzare. In certi momenti, quando all'improwiso il terreno digradava, la piccola luce spariva per un bel po', e allora si udivano soltanto lo scricchiolio dei sassi sui quali un uomo trascinava una pesante cesta, e i grugniti da lui emessi ad ogni sforzo, che riccheggiavano lontano lontano nel buio assoluto.
Poi, di colpo, la luce riappariva, simile all'occhio di un animale il cui corpo, inghiottito dall'oscurità, procedesse barcollando, come in un incubo.
Era Luo, che lavorava in una piccola miniera di carbone con una lampada a olio attaccata alla fronte mediante una cinghia. Quando il cunicolo era troppo basso, avanzava strisciando a carponi. Completamente nudo, era imbrigliato in una correggia di cuoio che gli penetrava dentro la carne. Bardato con quegli orribili finimenti, trascinava una grande cesta a forma di barca, colma di grossi blocchi di antracite.
Quando arrivava dov'ero io, gli davo il cambio. Nudo come lui, coperto di carbone fin nelle più intime pieghe del corpo, invece di tirare il carico io lo spingevo. Per uscire dalla galleria bisognava percorrere un lungo tratto in ripida salita, ma dal soffitto più alto; spesso Luo mi aiutava a salire e a uscire dal tunnel, e qualche volta anche a versare il contenuto della cesta su un mucchio di carbone all'esterno: si alzava allora una fitta nube di polvere nera, e dentro quella nube ci stendevamo per terra, stremati.
In passato, come ho detto, la montagna della Fenice del Cielo era famosa per le miniere di rame (che ebbero addirittura l'onore di entrare nella storia della Cina per essere state il munifico dono del primo cinese dichiaratamente omosessuale, un imperatore). Ma ormai quelle miniere, abbandonate da anni, cadevano in rovina; quelle di carbone, invece, tante piccole gallerie scavate artigianalmente, costituivano un patrimonio comune agli abitanti dei vari villaggi e continuavano a essere sfruttate, fornendo loro combustibile per riscaldarsi. Al pari di tutti gli altri ragazzi di città, io e Luo fummo sottoposti a quel corso di rieducazione, destinato a durare due mesi. Neppure il nostro successo in materia di «cinema orale» poté procrastinarne l'inizio.
A dire il vero, accettammo quella prova infernale perché volevamo «rimanere in corsa», per quanto irrisorie fossero quelle tre probabilità su mille che avevamo di tornare a casa. Non immaginavamo che la miniera ci avrebbe lasciato addosso delle tracce nere indelebili, fisiche ma soprattutto morali. Ancora oggi queste terribili parole, «la piccola miniera di carbone», mi fanno tremare di paura.
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«Ba-er-za-che». Tradotto in cinese, il nome dell'autore francese formava una parola di quattro ideogrammi. Che cosa magica, la traduzione! Di colpo, superata la pesantezza delle prime due sillabe, il suono marziale, aggressivo e un po' ridicolo di quel nome svaniva, e dall'insieme di quei quattro caratteri eleganti ed essenziali emanava una bellezza insolita, un aroma esotico, sensuale, generoso come il profumo inebriante di un liquore conservato per secoli in una cantina. (Anni dopo appresi che a tradurre Balzac in cinese era stato un grande scrittore, il quale, non potendo pubblicare le proprie opere per motivi politici, aveva dedicato la sua vita a tradurre quelle degli autori francesi).
Quattrocchi aveva esitato a lungo prima di scegliere quel libro, o era stato il caso a guidare la sua mano? Oppure ci aveva dato proprio quello perché, fra tutti i tesori della preziosa valigia, era il più breve e il più malconcio? Era stata la grettezza il vero motivo della sua scelta? Non lo sapemmo mai. Certo è che quella scelta cambiò radicalmente la nostra esistenza, o almeno il periodo della nostra rieducazione sulla montagna della Fenice del Cielo.
Il libretto in questione s'intitolava Ursule Mirouët.
Luo lo divorò la notte stessa in cui Quattrocchi ce lo passò, e all'alba lo aveva finito. Spense la lampada a petrolio, mi svegliò e me lo diede. Io rimasi a letto per tutta la giornata, senza mangiare, senza fare nient'altro che starmene immerso in quella storia francese di amore e di miracoli.
Immaginatevi un ragazzotto di diciannove anni, digiuno di esperienze amorose, ancora assopito nel limbo dell'adolescenza, e che non aveva conosciuto altro se non le solite chiacchiere rivoluzionarie circa il patriottismo, il comunismo, l'ideologia e la propaganda. Di punto in bianco, come un intruso, quel piccolo libro mi parlava dell'insorgere del desiderio, della passione, delle pulsioni, dell'amore, tutte cose su cui, fino a quel momento, nessuno mi aveva mai detto niente.
Sebbene non sapessi assolutamente nulla di quel paese chiamato Francia (un paio di volte avevo sentito mio padre nominare Napoleone, e nient'altro), la storia di Ursule mi sembrò vera come poteva esserlo quella dei miei vicini di casa. A rafforzarne l'autenticità, ad accrescere l'efficacia delle parole, contribuiva poi la brutta faccenda della successione in cui la ragazza rischia di venire travolta.
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(riferimento al post)